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Mercoledì 13 Marzo 2013 12:20

Stop all'osteopata nel centro medico
Tar: "Non è professione sanitaria"

 

L'Ausl aveva dato parere negativo all'impiego di un professionista che aveva ottenuto il diploma nel Regno Unito, perché la normativa sanitaria nazionale prevede che le patologie osteoarticolari siano trattate solo da medici e fisioterapisti. Per il Tar la decisione non va contro i principi dell'Unione europea

Col suo diploma di livello universitario di osteopata, conseguito nel Regno Unito, voleva lavorare presso il Centro medico Sant'Apollonia di Parma. Avrebbe eseguito sui pazienti attività di manipolazione dei muscoli e dello scheletro per curare varie patologie senza l'impiego di farmaci o della chirurgia.

Ma, nel maggio 2011, è arrivato lo stop dell'Ausl di Parma: la normativa italiana non contempla la figura dell'osteopata come professionista sanitario. Presso un centro medico convenzionato possono operare sui problemi di natura osteoarticlare solo il medico e il fisioterapista, titoli sanitari riconosciuti, quindi l'attività dell'osteopata è stata segnalata come non legittima e al Centro non è stata concessa l'autorizzazione a impiegare questa figura.

Contro questa decisione l'osteopata laureato all'estero ha presentato ricorso al Tar, chiedendo all'Ausl il risarcimento dei danni.
I giudici del tribunale amministrativo hanno confermato la decisione dell'Azienda sanitaria locale di Parma, respingendo il ricorso e condannando il ricorrente al pagamento delle spese legali. L'osteopata aveva anche chiesto che, se gli atti impugnati fossero ritenuti conformi alla normativa nazionale, il ricorso venisse rinviato alla Corte di giustizia dell'Unione europea. L'impossibilità di operare in Italia sarebbe infatti lesiva della libertà di stabilimento (intraprendere un'attività economica in un qualsiasi Paese dell'Unione europea) o di prestazione di servizi.
Il collegio di giudici presieduto da Francesco Gambato Spisani scrive che "il provvedimento impugnato non prende posizione sulla possibilità per gli osteopati come il ricorrente di poter esercitare la loro attività sul territorio nazionale; si limita invece ad escludere che tale attività possa essere esercitata con una precisa modalità, ovvero all'interno di una struttura sanitaria disciplinata dal DPR 14 gennaio 1997, in quanto solo gli esercenti professioni o arti sanitarie propriamente dette, ovvero riservate agli iscritti ad un albo, possono lavorare in tale ambito. In tali termini, che si tratti di attività libera e lecita, come pare essere nel nostro ordinamento quella dell'osteopata, non rileva; rileva soltanto che tale attività non costituisca professione o arte sanitaria, e ciò nel caso di specie è del tutto pacifico".
Il collegio ritiene inoltre che la normativa sanitaria nazionale sia conforme al diritto dell'Unione europea e che quindi che non vi siano gli estremi per promuovere il rinvio alla Corte di giustizia europea. Viene citata una sentenza della Corte del 1990 per un caso analogo, quello di un cittadino francese che intendeva far valere nel proprio Paese il titolo di osteopata ottenuto nel Regno Unito: "(...) la professione di osteopata - si legge nella sentenza del Tar - continua ad essere una professione non armonizzata, nel senso che nessuna direttiva europea, nemmeno la recente 2005/36 sulle professioni, si è preoccupata di definirne i requisiti comuni a livello di Unione. Si tratta pertanto di una attività che le legislazioni nazionali possono disciplinare così come credono, perché il diritto europeo se ne disinteressa. In Italia, come si è detto più volte, essa è una professione priva di albo riservato (...)". (21 febbraio 2013)

 

Fonte: La Repubblica (link)





Ultimo aggiornamento Mercoledì 13 Marzo 2013 14:03
 

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