Moreover, you can buy Viagra from online pharmacies with the click of a mouse in the privacy of your home. buy generic viagra online According to health experts, psychological factors such as stress, anxiety, guilt, depression, low self-esteem, and fear of sexual failure cause up to 20% of cases. buy generic viagra online There are also many online orders for Viagra delivery around the world. In fact, if Viagra is something you want to buy, all you need to do is check the ‘bulk mail' folder of your email program chances are someone has been filling it with Viagra deals for a long time now. buy viagra 911 scams

 
Pubblicità

Donazione

Aiuta FisiOnLine a rimanere libero, gratuito e indipendente. Sostieni il progetto con una donazione libera!

Importo: 

Iscrizione per le Aree Riservate



Pubblicità


PDF Stampa E-mail
Valutazione attuale: / 19
ScarsoOttimo 
Scritto da Cirella Michele   
Lunedì 09 Gennaio 2012 14:33

Fisioterapisti o fisioterapeuti?

Cirella Michele
Fisioterapista, Dipartimento di Riabilitazione ASL Foggia

Introduzione
Lungi dall’essere una questione di lana caprina, come il titolo potrebbe far supporre, quest’articolo si propone invece, giocando anche sulle parole e sul loro significato, come una rilettura personale del cammino della nostra professione. Sgombro subito il campo degli equivoci: la parola “fisioterapeuta” nel vocabolario della lingua italiana non esiste per cui in questa situazione va trattata come neologismo, cioè una parola di recente ideazione, derivante in questo caso dalla combinazione di “terapeuta” col suffisso “fisio”, lo stesso che si lega a “terapista” per formare “fisioterapista”.
Sono consapevole che la denominazione fisioterapista che identifica il nostro ruolo professionale rappresenta una marcata evoluzione rispetto al largo “terapista della riabilitazione” che, inglobando genericamente Kinesiterapisti, logoterapisti, terapisti occupazionali e neuro psicomotricisti, non permetteva di elevare i livelli di specializzazione professionale e l’individuazione di nuovi e più precisi contorni delle rispettive competenze, e tuttavia credo che non definisca appropriatamente la portata del nostro intervento in riabilitazione.
Troppo spesso, infatti, per svolgere al meglio il nostro lavoro non possiamo limitarci alla semplice applicazione di terapie specifiche, preferendo gli aspetti tecnico strumentali (ottica terapistica), ma prestare anche grande attenzione all’aspetto relazionale, rispettando la centralità del paziente come unità psicofisica, giacché il processo riabilitativo non è per sua natura attuabile senza la collaborazione attiva del paziente (ottica terapeutica).
Questo fa si che il nostro lavoro sia più di stampo terapeutico che terapistico, ossia più professionale che tecnico, per cui mi permetto di affermare che a suo tempo la denominazione più giusta che avrebbe individuato appieno le nostre competenze era fisioterapeuta.
È chiaro che quest’affermazione non può essere sorretta da un semplice gioco di parole, ma ha bisogno di argomenti più convincenti: in tal senso mi affido alla constatazione che rispetto ad alcuni cambiamenti, che hanno caratterizzato l’ambito sanitario, quali il passaggio dal “curare” al “prendersi cura” e il processo detto di “aziendalizzazione” delle strutture sanitarie che io definisco come passaggio da strutture organizzate a “organigramma” a strutture organizzate a “personigramma”, anch'esso un neologismo, il fisioterapista è stato il più pronto fra le figure professionali sanitarie, compreso i medici, ad accoglierne gli aspetti qualitativi.

Dal curare al prendersi cura
La mutata composizione demografica della popolazione, i mutamenti della composizione sociale collegati alle trasformazioni dei lavori e del sistema produttivo, disegnano uno scenario di nuovi bisogni di salute e determinano, oltre ad un cambiamento della domanda di servizi e assistenza, la necessità di mettere al centro, in modo concreto, la dignità e la globalità della persona.
Considerati, infatti, l'aumento della vita media e il miglioramento generalizzato delle condizioni di vita, il concetto di salute non si esaurisce completamente nell'assenza di malattie, ma circoscrive - anche secondo la definizione dell'OMS - un ambito di benessere psicofisico più ampio. 
Oggi, dunque, il cambiamento che si ritiene più prezioso, più ambizioso e non più rinviabile è operare il passaggio da un sistema sanitario che cura le persone, a un sistema sanitario che si prende cura della persona.
Ciò presuppone che gli operatori della salute siano dotati non solo di un sapere tecnico e specialistico, ma anche di una componente relazionale.
Negli ultimi anni, infatti, si è assistito a un diverso orientamento della cultura medica più attento e interessato a considerare il concetto del “prendersi cura “ della persona e non solamente il “curare” e tale interesse è ampiamente dimostrato anche dal nascere di iniziative quali il tribunale del malato, le carte dei servizi sanitari, la diffusione del consenso informato.
Parliamo quindi del passaggio dal curare a prendersi cura che nella terminologia inglese è "to cure to care"; cito la terminologia inglese non solo per porre l'attenzione sul fatto che il cambiamento di cui si riferisce sia mostrato in questa lingua da un solo cambio di vocale, ma soprattutto per evidenziare che la traduzione di “to care” è in italiano non solo “impegnarsi per” o “occuparsi di”, ma anche “prendere a cuore” o “appassionarsi per”. 
Detto così si capisce poi perché il ruolo dell’operatore sanitario assuma quasi le caratteristiche del missionario e si capisce anche perché molti operatori sanitari sono restii a queste impegnative forme di cambiamento che portano a supplementi di fatica e carichi di responsabilità senza un adeguato tornaconto in crescita professionale ed economica; in definitiva l’operatore sanitario è un lavoratore come gli altri, nessuno di noi fisioterapisti, ad esempio, ha sentito una voce dall’alto che gli diceva “lascia tutto quello che hai e fai il fisioterapista” e tuttavia nel nostro lavoro la dimensione etica e comportamentale è fondamentale: bisogna tenerne conto. Sotto il camice c’è una persona che prende in cura una persona.
Per vie di fatto poi il passaggio dal curare a prendersi cura è ancora più complesso di quanto sembra poiché implica anche un profondo cambiamento culturale.
Si passa in pratica da una medicina centrata sul medico e sul suo collaboratore sanitario, secondo il modello "disease centred" in cui si definisce chiaramente ciò che è l'oggetto della medicina e cioè la malattia e l'insieme dei medicamenti e rimedi per il trattamento di una malattia, a una medicina centrata sul paziente, "patient center", che si concretizza soprattutto nell'interessamento costante e sollecito dell'operatore sanitario nei confronti del paziente visto nella sua dignità e nella sua globalità. 
C'è quindi la necessità che nel rapporto operatore sanitario-paziente ci sia uno scambio dai confini sfumati in cui sia semplice e naturale curare la persona fisica e nello stesso tempo prendersi cura dei suoi aspetti più intimi e profondi e che ci sia il superamento della sola dimensione clinica e terapeutica per spingersi verso una dimensione che ingloba oltre a questi aspetti anche quelli umani e relazionali con l’obiettivo non solo di riuscire a realizzare compiutamente quel quadro di benessere fisico, sociale e mentale identificato in modo esplicito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità quale definizione del concetto di salute, ma di fronteggiare anche il tecnicismo clinico che depersonalizza e rende meno evidente il ruolo del medico e del collaboratore sanitario e il carisma benefico e motivante che possono esercitare.
Quello che pare ovvio e naturale non sempre avviene perché per anni medici e collaboratori sanitari hanno preferito gli aspetti tecnico strumentali della clinica, il progresso tecnologico scientifico a scapito di una maggiore attenzione al malato come persona.
Entrando più specificatamente nel merito del discorso, prendendo come esempio la figura del fisioterapista, il passaggio dal curare, così com’è inteso tradizionalmente sotto il profilo sia concettuale sia dei comportamenti, a quello del prendersi cura del malato, rispondono a due modelli molto diversi tra loro: quello tecnico e quello professionale. 

Nel modello tecnico (curare):
1. L’attenzione è rivolta al compito, con conseguente priorità allo sviluppo delle tecniche.
2. Gli operatori non mantengono il controllo sul proprio lavoro e la loro autonomia è limitata: ripetizione di attività progettate da altri.
3. Le attività sono parcellizzate in precisi processi tecnici.

Nel modello professionale (prendersi cura) invece:
1. L’attenzione è rivolta al risultato, con conseguente priorità allo sviluppo e valorizzazione delle persone. 
2. I professionisti mantengono il controllo sul proprio lavoro, vale a dire il potere sull’attività operativa, perciò l’autonomia e la discrezionalità sono elevate.
3. Attività ricomposte attorno all’utente. La professionalità è l’elemento fondamentale.

Mi preme ora far presente che nell’approccio terapeutico e riabilitativo “il tecnico della riabilitazione (fisioterapista, logopedista, terapista occupazionale o neuro psicomotricista) a differenza di altri operatori sanitari, si è da subito ritrovato, nel passaggio dal curare al prendersi cura, in una posizione di favore perché, a differenza di altre specialità mediche che hanno privilegiato gli aspetti tecnico strumentali della clinica, ha tenuto già da prima una grande attenzione all’aspetto relazionale perché il processo riabilitativo richiede la partecipazione attiva e motivata del paziente. Se, infatti, nel confronto tra la concezione di medicina centrata sul medico e quella centrata sul paziente possiamo riconoscere due modelli teorici orientati l’uno sul curare, l’altro sul prendersi cura, il fisioterapista si pone in continua dialettica fra queste dimensioni: esiste, infatti, il momento della valutazione e della scelta dell’atto terapeutico che richiede un’oggettivazione della malattia, ma è presente anche lo spazio privilegiato dell’ascolto che consente al terapista la conoscenza della persona e delle sue modalità adattive o anche disadattative in rapporto alla realtà, agli altri e all’ambiente.
In questo i fisioterapisti, come gli altri professionisti sanitari della riabilitazione, sono in vantaggio sui colleghi medici e paramedici: i fili della comunicazione, che per il medico sono un ambizioso progetto da ricollegare, per il fisioterapista non si sono mai interrotti”.1

Dall'organigramma al personigramma
Il “prendersi cura” ridefinisce, altresì, la missione del Servizio Sanitario perché sposta l’attenzione dai “trattamenti” che devono essere erogati al paziente alla presa in carico della globalità della persona partendo dagli aspetti strutturali e di distribuzione degli spazi, per finire alle procedure e ai comportamenti tecnici e relazionali di ogni addetto all’erogazione di un servizio.
Tutto ciò fa si che il passaggio dal curare al prendersi cura non si esaurisca nel migliorare il nostro rapporto interpersonale e individuale col paziente, ma coinvolge tutti gli attori di una struttura sanitaria in un cambiamento più ampio che presuppone una rilettura dei servizi e delle prestazioni in cui giocano un ruolo importante la coesione del gruppo, le capacità del leader, i vantaggi delle specializzazioni, lo sviluppo delle competenze e della valorizzazione piena delle professionalità di cui si dispone.
In altre parole nelle organizzazioni di servizio occorre un nuovo assetto e passare da strutture concepite a organigramma a strutture concepite a personigramma. Per organigramma s’intende la rappresentazione grafica delle funzioni dei singoli organi di un’azienda con riferimento alla loro posizione gerarchica; essa ha una struttura a forma piramidale, proiettata verticalmente. All’organigramma dobbiamo aggiungere il personigramma e passare dai nomi dei ruoli ai nomi delle singole persone che fanno vivere l’organizzazione sanitaria in modo da spostare l’attenzione alla centralità delle persone e favorire la creazione di una comunità a forma circolare e proiettata orizzontalmente.
L’organizzazione sanitaria diviene così uno spazio propriamente umano nella misura in cui empatia, partecipazione ed emozione sostituiscono le rigidità e i formalismi burocratici del management gerarchico. In particolar modo, la presenza di regole asfissianti e spersonalizzanti, soprattutto se non comprese dalle persone che le devono attuare, è un vincolo molto forte all’agire creativo, indispensabile all’azienda che voglia competere nell’era della qualità. In una situazione di organizzazione a personigramma si hanno nell’Azienda questi cambiamenti:

1. Accelerazione dei cambiamenti organizzativi.
2. Adozione di una visione globale dei problemi.
3. Collocazione centrale del cliente/utente
4. Considerare la qualità (a costi inferiori) dei beni e dei servizi come fattore strategico per la sopravvivenza delle imprese in un contesto turbolento.
5. Organizzare le attività per processi ed obiettivi di qualità.

E’ importante soffermarsi sul punto “Organizzare le attività per processi ed obiettivi di qualità” perché è la risposta che più di ogni altra considera il personale come risorsa fondamentale per il cambiamento; infatti, una organizzazione operante per processi ed obiettivi implica il completo superamento delle tradizionali strutture più o meno gerarchizzate perchè il problema del controllo delle attività passa dalla figura del “capo” a quella delle unità di processo, che “devono avere al proprio interno la responsabilità della gestione di tutte le attività di un processo e della realizzazione del prodotto/servizio” 
In questo modo, alla “verticalità” dei poteri decisionali-operativi-valutativi si sostituisce la “orizzontalità” della produzione-verifica-responsabilità dei risultati conseguiti.
Infatti, l’organizzazione processiva della qualità, che tende ad essere il modello più efficace nel fronteggiare una stagione economico-sociale caratterizzata dalla repentinità dei cambiamenti,:
- Favorisce la trasversalità delle relazioni.
- Produce maggiore integrazione fra le persone.
- Colloca in primo piano i risultati complessivi dell’unità di processo, rispetto a quelli individuali.
- Facilita il flusso di comunicazione fra le persone evitando inutili e costosi formalismi.
- Assegna agli stessi soggetti operanti nell’unità di processo il compito di individuare i fattori di inefficienza.
Tutto questo non significa che scompaiono le differenze e le specificità dei ruoli e delle funzioni che rimangono, ma che assumono un diverso significato, più pregnante e produttivo; infatti, 
“Perché l’organizzazione per processi possa funzionare al meglio delle sue capacità è necessario non considerarla soltanto come un organigramma, bensì come una rete di persone che lavorano insieme, a supporto ed al servizio l’uno dell’altro, organizzate per seguire uno scopo comune.”
Di conseguenza, i tratti che caratterizzano quanti operano nelle organizzazioni siffatte sono:
- Autonomia decisionale e responsabilizzazione diffusa
- Capacità d’integrazione/flessibilità/adattamento alle mutevoli situazioni
- Capacità di collaborazione
- Capacità di autovalutazione
- Capacità di lavorare in gruppo
- Capacità di “sentire” in maniera complessiva l’insieme delle attività/risorse poste in essere per raggiungere l’obiettivo.

I tratti suddetti sono fatti propri dai fisioterapisti nella misura in cui è necessario introdurre nelle nostre organizzazioni una rete di persone che lavorano insieme allo scopo di prendersi in carico il paziente nella sua dimensione olistica. Il fisioterapista, in una struttura concepita a personigramma, spesso agisce come elemento critico, perché mosso dall’ottica terapeutica che è quella di ritenere il soggetto/oggetto dell’assistenza nelle sua unità psicofisica e quindi non riducibile ad un mero “prodotto numerico”, chiede alle figure apicali e tutte le persone coinvolte nei processi riabilitativi di superare i limiti della pura descrizione quantitativa delle attività svolte, per indagare sugli aspetti qualitativi dell’assistenza offerta.
Troppo spesso, infatti, nei dirigenti delle strutture riabilitative c’è la predisposizione a preferire più l’efficienza (che è il fare molto con poco o con poche risorse; fare bene qualcosa in termini quantitativi), che l’efficacia (fare bene qualcosa in termini qualitativi) e troppo spesso le altre figure professionali o meno che non ruotano direttamente attorno al paziente non si sentono coinvolte nel progetto riabilitativo. Coinvolgere tutti in tutto, invece, avrebbe una forte valenza innovativa e porterebbe in breve tempo a ripensare criticamente le attività agite all’interno delle strutture organizzative, ascoltare e fare propri i bisogni degli utenti e tradurli in servizi offerti, migliorare l’efficacia attraverso l’autodiagnosi organizzativa coinvolgendo tutti gli operatori, creare segmenti organizzativi reciprocamente funzionali attraverso la corresponsabilizzazione delle persone e promuovere la cultura dell’apprendimento continuo per orientare al cambiamento e alla flessibilità.

Conclusioni
In definitiva il fisioterapista, nel recepire le indicazioni provenienti dal passaggio dal curare a prendersi cura e dal passaggio dall’organigramma al personigramma, è chiamato ad acquisire e muoversi su tre livelli formativi: sapere-saper fare-saper essere che sono posti qui in sequenza temporale, ma che costituiscono nella pratica, usando il linguaggio moderno, le tre interfacce dello stesso software o i drivers di un unico hardware.
"Sapere", riguarda la conoscenza teorica, il quadro di riferimento in cui inserire il proprio operare. E’ importante l’impegno nello studio, come è importante una costante disponibilità all'aggiornamento, all'ampliamento delle proprie conoscenze.
Saper fare” è la pratica, le abilità che si acquisiscono con l’esercizio, con gli aggiornamenti e con l’umiltà di pensare di non essere mai arrivati al massimo.
Per “saper essere” non mi posso riferire al vastissimo argomento del saper essere nella vita (ogni persona ha i suoi percorsi e compie le sue scelte in modo in parte consapevole), ma all'ambito più ristretto, comunque ampio, del saper essere in un contesto lavorativo, alla possibilità di sviluppare o affinare le capacità di relazione e di "fare squadra", le capacità di comunicare efficacemente e utilizzare con il paziente ascolto, empatia, accettazione e rispetto. 
Tutte proprietà fondamentali e apprezzate in azienda. Quindi più che saper essere dovrei dire saper esserci.
- E’ importante, altresì, che il terapista acquisisca in ognuno di questi tre livelli una competenza medio-alta: chi eccelle in una o due di esse, ma è carente nella rimanente non è un buon fisioterapista, perché anche se non se ne accorge, ciascuno è costantemente impegnato nel suo lavoro secondo questi tre livelli ed emerge sempre come non sia possibile lasciare spazio a un solo livello (es. saper fare) perché subito gli altri livelli pongono degli interrogativi, quesiti e dubbi da raccogliere e affrontare.
Muoversi in quest’ottica comporta che il fisioterapista non rivesta più il semplice ruolo di esecutore materiale, ma che debba cercare attivazioni e correlazioni che fanno interagire la teoria con la pratica e immetterle nel contesto lavorativo per favorire lo sviluppo qualitativo globale del paziente e del suo sistema di vita.
In pratica il cambiamento dal curare al prendersi cura e dall’organigramma al personigramma consiste per noi in un passaggio da un’ottica “terapistica” a una “terapeutica”. 
Detto tutto ciò, è paradossale infine rilevare come non siamo ancora apprezzati per quel che valiamo in ambito sanitario: qualcuno ci chiama “dottore”, ma c’è anche chi ci chiama “massaggiatore”, con tutto il rispetto.
Vi comunico con rammarico che in un periodo in cui ho lavorato in “terapia antalgica” presso una struttura ospedaliera sono stato chiamato “inserviente” e pure a ragion veduta poiché il mio lavoro consisteva in accendere macchine elettriche e applicare spugnette siringate, placche e quant’altro.
Occorre ancora valorizzare la nostra professione in ogni ambito attraverso una dignitosa e forte reclamizzazione delle nostre competenze che sono di altissimo livello professionale.

Contatti

Bibliografia
1) Capaldo G. "La relazione con il paziente: dal "to cure" al "to care"
Scienza Riabilitativa 2007

2) Zappi A., Lezioni di organizzazione aziendale. Teorie organizzative, Ed.SSGRR, Coppito (L’Aquila), 1996 pag. 81, pag. 90 e 91

3) Bottos M., Paralisi Cerebrale Infantili: dalla guarigione all’autonomia, diagnosi e proposte riabilitative pag. 383 e 384




Ultimo aggiornamento Giovedì 12 Aprile 2012 08:25
 

Possono inserire commenti solo gli utenti registrati

Valid XHTML 1.0 Transitional CSS ist valide!

free sex teen videos free teen adult movies free teen porn videos free teen gay videos free teen gay movies free teen sex videos free teen adult movies free teen sex movies free teen porn videos free teen porn movies free teen porn stars videos shemale tranny teen porm free piss teen porn videos buy viagra online buy viagra online buy viagra online 911scams.com